Corriere del Ticino, 28.2.2026, p. 31.
Nenad Stojanović *
Mi infastidisce quando vedo persone che lavorano nelle università pubbliche nascondersi dietro il velo dell’imparzialità per non prendere posizione su questioni importanti per la nostra società. Non condivido questa scelta: autocensurarsi per non saltare all’occhio o, peggio, per paura di ritorsioni da parte della “politica” è un brutto segnale per una democrazia. È tipico dei regimi autoritari (e va combattuta!) togliere il sostegno pubblico alle università per costringerle a rinunciare alla libera manifestazione del pensiero politico.
Quando raccoglievo firme per iniziative o referendum che ritenevo importanti per la nostra democrazia, mi è capitato di incontrare colleghi politologi che ne condividevano gli obiettivi, ma che non firmavano mai “per una questione di principio”. Altri invece firmavano, precisando però che “di regola” firmano tutte le iniziative, perché ritengono importante che vi sia un dibattito e che il popolo possa esprimersi. È un po’ come dire: il fatto che te la firmi non vuol dire che la sostenga.
Ma mi infastidisce anche quando il mondo accademico si mobilita solo per difendere i propri interessi, per esempio quando l’anno scorso il Consiglio federale ha annunciato di voler tagliare il 10% del budget del Fondo nazionale svizzero, ovvero circa 140 milioni all’anno. (È uno dei motivi per cui storco il naso quando mi si dice che gli oltre 600 milioni di franchi – ma il conto finale sarà più salato, perché la cifra non tiene conto del livello cantonale/comunale – che la Confederazione perderà se l’imposizione individuale fosse approvata alle urne, sono solo “noccioline” nel budget complessivo dello Stato.)
… non era per nulla scontato che oltre mille professoresse e professori svizzeri, fra cui un paio di premi Nobel, sottoscrivessero l’appello con cui si chiede ai votanti di respingere con forza l’iniziativa anti-SSR “200 franchi bastano”
Una lunga introduzione, la mia, solo per mettere in evidenza che non era per nulla scontato che oltre mille professoresse e professori svizzeri, fra cui un paio di premi Nobel, sottoscrivessero l’appello con cui si chiede ai votanti di respingere con forza l’iniziativa anti-SSR “200 franchi bastano”. Un appello passato per lo più inosservato nella stampa scritta. Se hanno firmato l’appello, mettendoci nome e cognome e quindi la faccia, è perché sono seriamente preoccupati che l’accettazione di quest’iniziativa sarebbe un salto nel buio che metterebbe a rischio la qualità e la varietà dell’offerta mediatica del servizio pubblico, indebolendo la democrazia.
Nel loro appello, i rappresentanti del mondo accademico affermano, basandosi su studi empirici, che nei paesi in cui il servizio pubblico dei media gode di un solido finanziamento si registrano ricadute positive anche sull’offerta dei media privati (vedi Teleticino) e, inoltre, che ne risulta rafforzato il grado di fiducia reciproca fra i cittadini e quello nelle istituzioni democratiche.
…nei paesi in cui il servizio pubblico dei media gode di un solido finanziamento si registranoricadute positive anche sull’offerta dei media privati (vedi Teleticino)
Infine, i ricercatori ricordano l’importanza della SSR per il plurilinguismo e soprattutto per le minoranze. È infatti difficile comprendere che entrambi i rappresentanti ticinesi nella Camera alta del Parlamento federale sostengano l’iniziativa. Quanto questa posizione sia poco rappresentativa dell’elettorato di tutta la Svizzera italiana — e rimango ottimista che sia così — lo scopriremo domenica pomeriggio 8 marzo.
* Politologo (Università di Ginevra e Centro studi sulla democrazia di Aarau); membro del Consiglio regionale della CORSI.
