Volkswahl des Bundesrates: Die Geschichte der Schweizer Sozialdemokratie weitertragen, das Monopol der Volksrechte nicht der SVP überlassen

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laRegione, 3 maggio 2013

Nenad Stojanovic*

Come agire di fronte a un politico di spicco che commette un’infrazione del codice stradale di rilevanza penale? Il caso di Michele Barra ce lo insegna: ci sono tre risposte possibili. C’è chi, pur dicendo che si tratta di un atto stupido (“sono un deficiente!”), ritiene che ciò non debba avere alcun influsso sull’esercizio delle funzioni politiche. Quindi niente dimissioni, niente rinuncia a incarichi imminenti o future rielezioni. Alcuni, sotto sotto, persino banalizzano l’accaduto definendolo “umano” o chiedendo retoricamente “a chi non è mai successo di alzare un po’ il gomito?”, contano quindi sulla benevolenza degli esseri umani e tirano in ballo nientemeno che il Nuovo Testamento (“chi di voi è senza peccato…”).

Altri, invece, optano per la difesa dell’ideale del politico come modello. I politici, proprio perché legislatori o esecutori di legge, dovrebbero essere particolarmente attenti a rispettare la legge, a dare esempio ai cittadini. Taluni definiscono questa risposta come “moralista”. Sarà perché non nutro (più) illusioni circa le qualità morali intrinseche agli uomini e alle donne in politica, che non penso il secondo approccio sia il più adatto.

Mi schiero quindi per la terza risposta possibile: i politici non devono essere meglio dei cittadini comuni, ma non devono nemmeno godere di privilegi particolari solo perché sono politici. Privilegi non concessi al cittadino comune. Faccio solo tre esempi.

Primo, a ogni impiegato del Cantone viene chiesto, persino nella legge (Lord, art. 23), di “mostrarsi degno della stima e della fiducia richieste dalla sua funzione pubblica e tenere un contegno corretto e dignitoso sia nello svolgimento della funzione stessa sia nella vita privata”. Non so oggi, ma ancora nel 2011 il Dipartimento cantonale dell’educazione chiedeva a tutti i candidati (per esempio, a chi desiderava insegnare in una scuola) non solo il casellario giudiziale pulito, ma anche un’autocertificazione in cui la persona dichiarava che anche in passato non ci fossero stati procedimenti penali nei suoi confronti. Una prassi assai dubbia dal profilo costituzionale (art. 123) e del Codice penale svizzero (artt. 97-101), visto che viene ignorato il principio giuridico secondo il quale uno non deve pagare per tutta la vita per un atto commesso nel passato e caduto in prescrizione.

Secondo, conosco il caso di un giovane al quale una grande banca ha negato un posto di stage per il solo e unico motivo che mesi prima aveva commesso un’infrazione del codice stradale proprio perché, come il nostro politico, “aveva alzato troppo il gomito”.

Terzo, quando ero membro della commissione del Gran Consiglio che esamina le richieste di naturalizzazione, in innumerevoli casi ho visto incarti di candidati la cui pratica è stata bloccata, talvolta per mesi e anni, perché avevano guidato in stato di ebrietà. Come potete immaginare, i deputati più accaniti contro questi candidati erano proprio quelli del partito autocratico di Michele Barra.

Riassumendo: chi beve e guida mette a rischio la vita sua e quella altrui. Giusto o sbagliato che sia, questa persona farà fatica ad accedere a una funzione pubblica, a ottenere un posto di stage nell’economia privata oppure, se straniero, a diventare svizzero. Ma questo medesimo cittadino può senza problemi diventare membro di governo. Ecco perché la migliore risposta al caso Barra e simili è contenuta in una frase breve ma potente: la legge deve essere uguale per tutti.

*deputato al Gran Consiglio, vicepresidente del Partito socialista

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